Villa Santo Stefano - AIRONEINFORMA

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foto dal web - si ringraziano gli autori



VILLA SANTO STEFANO


Villa S. Stefano è un paese la cui origine si perde nella leggenda. Secondo il Martinori, Metabo, re dei Volsci e padre della celebre Camilla, era solito venire a caccia in questa zona e a ricordo di tale fatto la torre cilindrica, posta all'ingresso del centro storico del paese, porta il nome di « Torre di Metabo ». Addirittura nella: « Guida ai misteri e segreti del Lazio » (ed. Sugarco — Como, 1978), troviamo scritto sotto la voce Villa Santo Stefano: « Qui ebbe i natali la vergine Camilla, che Virgilio canta nell'Eneide come simbolo della virtù guerriera delle donne d'Italia » (p. 70).

Pur non credendo noi a tale leggenda, tuttavia, dobbiamo riconoscere che il territorio santostefanese fu frequentato dall'uomo fin dalla preistoria.

I reperti litici di Colle Formale, della Macchia, di Punta la Lenza e di altre zone, ci testimoniano che circa 70.000 anni fa l'uomo percorreva tali zone.

Incerte sono le tracce relative ad insediamenti protostorici. Nel volume « Samnium and Samnithes » del Salmon, troviamo un accenno alla presenza di mura poligonali in Villa S. Stefano, ma a tuttoggi tale presenza non è stata ancora individuata.

Buone e consistenti sono le presenze di epoca romana.

Sulla montagna, alle spalle del paese, sono stati riscontrati resti di epoca tardo-romana, appartenenti, probabilmente, ad insediamenti rustici a carattere agro-pastorali, legati al sistema agricolo delle « cese ».

Una grande villa rustica di epoca romana è situata nella zona di Colle Formale, proprietà Lucarini.

Altri resti, riferibili ad epoca romana, sono stati individuati nelle zone di S. Sebastiano e Monticello, anche qui si tratta di testimonianze appartenenti ad insediamenti rustici.

Nella zona di San Giovanni, oltre a varie testimonianze di epoca romana, a livello di ceramiche, è stata nel 1975 individuata una cava di tufo litoide sfruttata in epoca romana, alcuni frammenti di ceramica a vernice nera (campana B) trovati nella cava potrebbero far supporre uno sfruttamento già in epoca repubblicana.

Certamente questi insediamenti romani nella zona sono da ricollegare all'epoca della fondazione della colonia romana di Privernum ed alla colonizzazione dell'intera valle dell'Amaseno .

Un primitivo pagus romano, o villaggio, dovette sorgere nella valle dove in seguito, in epoca cristiana, sorsero le chiese di S. Giovanni in Silvamatrice e di S. Maria de Stella. Queste due chiese plebane, cioè di campagna, raccolsero presso di sé le capanne degli abitanti della zona, nel periodo altomedievale.

Con la calata dei barbari prima e con le successive imprese saraceniche, gli abitanti della valle, non ritenendosi più sicuri, si trasferirono più a monte, in posizione pedemontana, e diedero vita, verso il IX-X sec. d. C., epoca dei maggiori incastellamenti nel Lazio meridionale, al Castrum S. Stephani de Valle.

Panorama di Villa S. Stefano - cartolina del 1960 colorata a mano

Ancora il Martinori ci dice che S. Stefano « fu devastata ben sette volte e sempre ricostruita e ridotta poi a castello fortificato ».

Con certezza storica sappiamo che il 15 marzo del 1125, papa Onorio II, durante le lotte per sottomettersi questa parte del Lazio meridionale, con un ingente esercito occupò Trevi, (castello diruto presso Sezze) e Maenza e bruciò Pisterzo, Roccasecca, Giuliano, S. Stefano e Prossedi, quindi prese S. Lorenzo (Amaseno). Dopo questo fatto i conti di Ceccano:Goffredo, Landolfo e Rainaldo, giurarono fedeltà al papa.

Nel 1165 abbiamo la seconda distruzione di S. Stefano, durante le lotte tra l'imperatore Federico I e il papa Alessandro. Gilberto e Riccardo di Gaja, con un esercito del rè di Sicilia, penetrarono nella Campagna  e dopo aver preso Veroli, Alatri, Ceccano e tentato inutilmente di prendere il fortificatissimo castello di Arnara, si rivolsero contro S. Stefano e l'incendiarono, la stessa sorte toccò a Prossedi.

Nello stesso anno l'esercito di papa Alessandro bruciò i castelli di Ripi, Torrice, S. Lorenzo e Isola (del Liri), quindi il papa ritornò a Roma .

Tutti questi fatti ci indicano che il castello di S. Stefano veniva conteso dai pontefici romani, dalle truppe imperiali e dai conti di Ceccano. In seguito, alleandosi i Ceccanesi con la Chiesa, S. Stefano passò in feudo ai conti di Ceccano insieme ad altri numerosi castelli della zona ed, in seguito, con questi, anche S. Stefano subì le alterne vicende ed i continui mutamenti di forze e di alleanze dei « de Ceccano » .

All'inizio del XIII secolo signore di S. Stefano appare essere il conte Giovanni I de Ceccano, questi, con suo testamento del 5 aprile 1224, lasciò S. Stefano al figlio primogenito Landolfo II insieme ai feudi di Ceccano, Amara, Patrica, Cacume, Monteacuto, Giuliano, Pisterzo, Carpineto e Metellanico ed ai beni situati in Alatri, Castro, Frosinone, Torrice e Ceprano.

Come si può notare S. Stefano faceva parte dell'asse ereditario spettante per diritto di primogenitura. Il conte Landolfo II, con testamento datato 18 agosto 1264, lasciò il castello di S. Stefano alla propria moglie Maccalona, infatti tale castello era stato antecedentemente assegnato a Maccalona, come pegno di fidanzamento, dallo stesso Landolfo II.

Nel 1297, durante le lotte dei De Ceccano contro i Caetani, Bonifacio VIII confiscò S. Stefano ed i suoi mulini situati a valle, e lo diede ai Caetani, suoi parenti.

Il feudo di S. Stefano, alla morte di Bonifacio VIII, ritornò ai De Ceccano.

Nel 1346, il 26 febbraio, il conte Tommasello o Tommaso IV de Ceccano, figlio di Goffredo e di Maria de Supino, concede alla madre i frutti e le rendite del castello di S. Stefano.

Nel 1361, Cecco de Ceccano (Francesco III), uomo di natura crudele e sempre in lotta con i suoi parenti e la Chiesa, invade il territorio di S. Stefano e lo devasta.

Dal testamento di un altro conte ceccanese, Giacomo I, signore di Maenza, fatto il 24 aprile del 1363, veniamo a sapere che a S. Stefano vivevano gli eredi della nobile famiglia dei Rubei (Rossi) di Ferentino e che ivi possedevano molti beni ed erano vassalli del suddetto Giacomo. Nello stesso testamento leggiamo che Giacomo lascia al sacerdote Nicola Bianco di S. Stefano una terra posta nel territorio santostefanese, in contrada Lu Melicu, terra che era stata di Maria Magjstri.

Giacomo lascia poi la quarta parte del castello di S. Stefano alla Chiesa, con il patto che questa provveda a pagare i restauri da lui ordinati per le chiese di S. Maria de Stella (lavori per 25 fiorini) e di S. Giovanni in Silvamatrice (lavori per 50 fiorini). Fra i testimoni al testamento è presente Nicolao Albo de Sancto. Stephano.  S. Stefano si trovò quindi divisa con una parte spettante alla Chiesa e con la restante parte spettante ai nobili ceccanesi.

In un atto di procura del 24 agosto 1363, fatto fare dal conte Tommaso II de Ceccano, dal notaio santostefanese, Nicola Bianco, veniamo a sapere che la chiesa di S. Stefano era retta da un arciprete di nome Giacomo Rodiano.

Tommaso II riesce ad avere in feudo dalla Chiesa anche la parte di S. Stefano ceduta da Giacomo, questo risulta da un documento conservato nell'Archivio Segreto Vaticano, del 1371 o 73, pubblicato e commentato dall'Ermini.

Il 27 marzo del 1379, l'antipapa Clemente VII, concede a Nicola de Ceccano, in ricompensa di ottomila ducati pagati alle compagnie del duca Guarnieri e del conte di Lando, la quarta parte del castello di S. Stefano, già data a Tommaso II. Nicola era nipote di Giacomo .

Senonché, Onorato I Caetani, conte di Fondi, occupa S. Stefano, togliendolo a Nicola e, dopo varie vicissitudini, papa Bonifacio IX, con lettera del 4 agosto 1399, diretta al vicario generale di Campagna e Marittima, Ludovico Fieschi, ordina che sia reintegrato nei propri beni il conte Nicola de Ceccano.

Tommaso II aveva tolto la porzione di feudo spettante a Margherita de Ceccano, contessa di Vico, allora il rettore di Campagna e Marittima ordina la restituzione a Margherita di un quarto del castello di S. Stefano. Margherita, con testamento redatto in Maenza il 17 giugno del 1384, lascia la sua parte di S. Stefano al proprio figlio Raimondello de Cabanis .

Nel 1390 papa Bonifacio IX confisca a Raimondello S. Stefano perché il conte era stato ribelle verso la S. Sede .

Il 1 febbraio 1427 papa Martino V concede ad Antonio Colonna, principe di Salerno, S. Stefano ed i feudi di Monte S. Giovanni Campano, Morolo, Mugnano, Nettuno, Ripi, Strangolagalli, Supino, Trivigliano, Vico nel Lazio, Astura, Castro, Collepardo e Guarcino.

Nel 1431 la regina Giovanna II di Napoli confisca i beni del principato di Salerno e gli altri feudi ad Antonio Colonna , S. Stefano ritorna per una parte alla S. Sede e per il restante a Berardo V de Ceccano.

Berardo V, il 31 novembre 1431, con testamento, assegna a Bonifacio e Pietro Paolo Caetani Palatini i suoi diritti su S. Stefano.

Il 26 aprile 1432, papa Eugenio IV concede la parte spettante alla S. Sede su S. Stefano a Giovanni Antonio Conti, insieme ai feudi di Arnara e Torrice, con il titolo di conte .

Il 26 giugno 1447 papa Nicolo V, riconferma la bolla di Martino V del 1427 in favore dei Colonna. Tornarono così ai Colonna: Collepardo, Ripi, Carpinio, Vico nel Lazio, S. Stefano, ecc. S. Stefano rimase per metà ai Colonna e per l'altra metà ai Conti.

Dai registri della tassa sul sale si ha che negli anni 1479-80 il « duca Colonna », del ramo di Odoardo, possedeva « Sancto Stephano ».

Salito sul soglio pontificio Alessandro VI Borgia, S. Stefano venne confiscato ai Colonna e assegnato, con bolla 17 settembre 1501, a Rodrigo Borgia di Aragona, duca di Bisceglie e figlio di Lucrezia Borgia. Alla morte di Alessandro VI, S. Stefano, nel 1503, ritorna sotto i Colonna .

Il 1° dicembre 1513 il cavaliere romano Angelo Romuleo viene inviato dalla Camera Apostolica in Marittima e Campagna, per riscuotere la tassa sul sale, S. Stefano paga rubbia 10 e b. 30, così pure Giuliano.

Il 28 maggio 1541 papa Paolo III toglie S. Stefano ad Ascanio Colonna e lo incamera. Il paese tornerà ai Colonna il 22 febbraio 1551, per opera di papa Giulio III.

Paolo IV Carafa il 10 maggio del 1556 concede S. Stefano al nipote Giovanni Carata, duca di Paliano. Alla morte del papa il successore, papa Pio IV, il 14 marzo 1564 rida S. Stefano ai Colonna . Papa Pio V, con motu proprio, il 3 aprile 1.568 crea D. Marco Antonio II Colonna, principe di Paliano. L'investitura avviene il 20 marzo 1569 e il 30 marzo S. Stefano viene annessa al principato.

Del principato di Paliano fanno ora parte i seguenti feudi: Anticoli di Campagna (Fiuggi), Pofi, Falvaterra, Amara, S. Lorenzo, Giuliano, Morolo, Supino, Sgurgola, Cave, Rocca di Cave, Trevigliano, Vico, Collepardo, Ripi e S. Stefano .

Nel 1557 Prosperetto di Cave occupa i feudi di Vespasiano Colonna posti nella zona ernica, il principe Ascanio Colonna invia nel Basso Lazio il suo agnate Fabrizio Colonna e Giovan Prospero da Villa S. Stefano, uditore di Ascanio, con un esercito, con l'ordine di occupare Sgurgola, Giuliano, Ceccano, S. Lorenzo, Vallecorsa, Sonnino, Amara, Falvaterra, Pofi e Supino .

Il 15 agosto 1592 anche S. Stefano fu sottoposta, secondo la bolla di papa Clemente Vili, alla Sacra Congregazione del Buon Governo.  Per tutto il seicento i Colonna tengono il feudo di S. Stefano senza contrasti. Nel 1705, il 19 giugno, papa Clemente XI delega Francesco de Pactis, in qualità di visitatore apostolico, ad allibrare nei pubblici catasti i beni baronali, anche S. Stefano viene così accatastato, di questo primo accatastamento non ci restano tracce nell'archivio comunale, si conserva invece il « Libro del Catasto del 1753 », compilato dal notaio Francesco De Luca di S. Lorenzo e dal socio notaio Patrizio Pesce, per ordine degli officiali: Marco Antonio e Domenico lorio di S. Stefano, sotto il pontificato di Benedetto XIV, il 20 aprile del 1753.

Panorama di Villa S. Stefano - cartolina del 1960 colorata a mano

Nel 1802 Filippo III Colonna riforma l'amministrazione della giustizia creando le sedi degli Uditori (odierne Preture), S. Stefano viene assegnata, insieme a Vallecorsa, Sonnino e Giuliano, all'Uditore con sede in S. Lorenzo.

Nel 1816 i Colonna rinunciano ai diritti feudali così S. Stefano ritorna al diretto dominio della S. Sede, sotto il Governo di Ceccano e facente parte della Delegazione Apostolica di Frosinone e ciò fino al 1870 .

Con la formazione del Regno d'Italia, S. Stefano farà parte della Sotto Prefettura di Frosinone e del Mandamento di Ceccano, posizione giuridica che ancora mantiene con la Prefettura di Frosinone e la Pretura di Ceccano. Recentemente il paese è stato inserito nel 54' Distretto Scolastico del Lazio, con sede in Ceccano, insieme a Patrica, Giuliano, Amaseno e Vallecorsa.

FONTI: Gruppo Archeologico Volsco settore di Villa S. Stefano






Da vedere in Città


Chiesa barocca di S.ta Maria Assunta

Santuario Madonna dello Spirito Santo

Torre del re Volsco Metabo

Centro storico

Sentieri forestali



Informazioni: Municipio tel. 0775.632125

www.comune.villasantostefano.fr.it





 
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